Se la copia diventa un capolavoro – Le Cavallerie Rusticane (Adriano Bonforti)

In questa rubrica analizzeremo alcuni casi famosi in cui il copiare ha favorito la nascita di nuovi capolavori che altrimenti non sarebbero mai esistiti. I casi da analizzare sono molti, e non necessariamente recenti: lo stesso Dante nella Divina Commedia dichiara apertamente di aver copiato lo stile di Virgilio quando, dopo averlo visto apparire davanti a sé, gli confessa nel primo canto dell’inferno : “Tu se’ lo mio maestro e ‘l mio autore, / tu se’ solo colui da cu’ io tolsi lo bello stilo che m’ha fatto onore.”

Oggi parlerò di un caso musicale che fece scalpore nell’Italia di fine ‘800, e che coinvolse alcune figure che hanno fatto la storia della Cultura italiana: lo scrittore Giovanni Verga, il compositore Pietro Mascagni, ed Edoardo Sonzogno, il più grande editore italiano dell’epoca assieme a Giulio Ricordi. Nella vicenda fa capolino, seppur non ancora con i poteri immensi (e con le immense distorsioni) che ha oggi, una nostra conoscenza di lunga data: la neonata Società degli Autori (oggi SIAE), che ha tra i suoi fondatori alcuni dei protagonisti della nostra storia: Edoardo Sonzogno e Giovanni Verga.

Sonzogno era un editore illuminato, ed ogni anno organizzava un concorso di composizione di opera lirica per scovare giovani talenti. Considerato l’enorme successo popolare che riscuotevano le composizioni di opera lirica presso il grande pubblico, potremmo quasi paragonare il concorso ad uno dei tanti concorsi televisivi che si organizzano al giorno d’oggi per scovare nuovi talenti. Con almeno una differenza: la (serissima e referenziatissima) giuria all’epoca poteva impiegare anche due anni per analizzare a fondo tutte le opere inviate e decidere a chi sarebbe spettato il premio in denaro ed il privilegio di veder rappresentata la propria composizione in un grande teatro italiano.

Non è un caso che il giovane Mascagni, all’epoca ventisettenne, avesse riposto in questo concorso tutte le sue speranze per poter diventare famoso e rivalersi delle feroci critiche che gli venivano rivolte puntualmente dalle colonne de “Il Risveglio” la rivista locale della sua amata Cerignola. Mascagni compose l’opera in soli due mesi, chiedendo ai suoi librettisti di adattare per l’opera la celebre novella “Cavalleria Rusticana” di Verga, il cui adattamento teatrale ad opera dello stesso Verga era molto conosciuto all’epoca.

Mascagni vinse meritatamente il primo premio: l’intermezzo della Cavalleria da lui composto è una delle pagine più belle in assoluto della tradizione operistica italiana. In vista della prima rappresentazione, Mascagni chiese quindi l’autorizzazione a Verga riconoscendogli il diritto di “imporre i patti” che avesse ritenuto “utili o necessari”. Verga concesse a Mascagni l’autorizzazione per l’esecuzione, sembra molto vagamente e con scarso interesse. C’è da dire infatti che la novella era stata già adattata pochi mesi prima come opera lirica da Stanislao Gastaldon, sempre con l’autorizzazione dello scrittore, ma aveva ottenuto uno scarsissimo successo, e Verga non immaginava evidentemente, neanche per questa nuova versione ad opera del Mascagni, un destino troppo differente da quello della versione precedente.

La versione di Mascagni, rappresentata per la prima volta il 17 Maggio 1890 al Teatro dell’Opera di Roma – conosciuto allora come Teatro Costanzi dal nome del costruttore – riscosse invece da subito un enorme consenso di pubblico, e fu solo allora che Verga si attivò con veemenza, intentando una causa a Sonzogno ed a Mascagni per vedere riconosciuto il proprio diritto d’autore, con parere favorevole della SIAE.

La questione sembrò risolversi definitivamente con il versamento di un’ingente somma da parte di Sonzogno in favore di Verga. Tuttavia pochi anni dopo, nel 1907, Verga, probabilmente per astio, spinse un altro compositore, Domenico Monleone, a comporre una nuova Cavalleria Rusticana. Per qualche tempo questa nuova Cavalleria rivaleggiò addirittura con la versione di Mascagni, bissandone il successo.
A questo punto però, con un notevole colpo di scena, furono Mascagni e Sonzogno ad intentare una causa verso Verga e Monleone (nonostante l’opera di Monleone non contenesse neanche una nota dell’opera di Mascagni), ottenendo di fatto una damnatio memoriae della nuova versione. Il povero Monleone fu costretto a cambiare la sua opera fino a che questa non divenne irriconoscibile, ripresentandola al pubblico quasi dieci anni dopo con il titolo “La giostra dei falchi”.

Chi ebbe ragione, chi torto, chi fu vittima e chi carnefice, chi ci guadagnò e chi ci perse, alla fine? È difficile, in questa trama ingarbugliata, prendere le parti di qualcuno. Certo è che grazie a Verga, Mascagni poté avvalersi di una trama di grande potere evocativo, da cui trasse un’ispirazione per la sua musica che non trovò più nella vita. D’altro canto, grazie all’adattamento di Mascagni, Verga poté guadagnare molti più utili di quanti non ne avesse accumulati precedentemente; e grazie a questi utili avrebbe potuto effettivamente vivere una serena vecchiaia, se il susseguirsi di processi non avesse inasprito il suo disprezzo per il mondo, trasformandolo un pò nel suo Mastro Don Gesualdo, personaggio principale dell’omonimo romanzo, così attaccato alla sua “roba” da farla diventare la sua ragione stessa di vita.

Forse tutte le parti hanno la colpa di aver visto la Cavalleria esclusivamente come “roba” propria, e di non aver capito che tutte le parti in gioco avevano contribuito equamente alla nascita di un nuovo capolavoro o, meglio, di nuovi capolavori. E forse le uniche vere vittime sono state la cultura ed il pubblico, che per tutto il ‘900 e fino a tempi recentissimi (una volta scaduti i diritti d’autore) non ha mai potuto assistere ad un’esecuzione pubblica della “terza Cavalleria”, tutto per un pasticciaccio brutto di diritti d’autore.

Adriano Bonforti – Founder at Patamu.com
Twitter: @adribonf

Fonte: Se la copia diventa un capolavoro – Le Cavallerie Rusticane